Perché patentedivoto.org?

Per proporre un’idea e stimolare un dibattito.

Siamo convinti che votare sia un diritto di ogni cittadino, ma anche che l’esercizio di tale diritto vada guadagnato. Siamo convinti che sia sbagliato assegnare la responsabilità del voto a tutti i maggiorenni senza verificare che essi siano in grado di esprimere un giudizio informato, una preferenza basata sulla conoscenza e non su preconcetti o sull’influenza di terzi.

Utilizzando il menù in alto si può accedere a vari documenti e opinioni a sostegno delle nostre idee; in essi illustriamo come l’introduzione di una licenza di voto sia un provvedimento basilare per la tutela dei cittadini, e un caposaldo per una democrazia che premi il merito e l’impegno.

10 Responses to Perché patentedivoto.org?

  1. Massimo says:

    Piu’ che d’accordo…ma come? Esiste un iter realisticamente percorribile per spingere quest’idea?

    • admin says:

      Credo sarebbe abbastanza semplice applicarla a tutti coloro che ancora diritto di voto non hanno in quanto minorenni. Sarebbe molto piu’ difficile, anche se necessario, un decreto “retroattivo”. Esso incontrerebbe molta, forse insormontabile resistenza. Le nuove generazioni sarebbero quindi il punto di partenza per una riforma di questo genere.

  2. alessandro says:

    Sono solito confrontarmi dialetticamente con i miei interlocutori, e non giudicare le loro opinioni senza prima averne dibattuto lungamente, spesso senza arrivare ad alcuna conclusione. Tuttavia, la reazione istintiva, e non solo istintiva, che ho avuto nel leggere la vostra proposta, è di estrema disapprovazione, e provo a spiegare perché. Uno delle questioni più grosse di tutti gli stati moderni è la disuguaglianza fra cittadini, che sia essa economica, sociale o culturale. In parole povere, le differenze inaspriscono i rapporti tra i ceti (e questo non sono certo io a teorizzarlo), accrescendo il malcontento negli strati più bassi, nonché una sensazione di indifferenza dello stato, proprio quello stato che dovrebbe farsi garante dell’uguaglianza dei cittadini. Non devo essere io a spiegare che il cittadino meno colto tenderà ad affrontare le questioni politiche, sociali ed economiche in maniera meno approfondita di chi, per scelta o per fortuna, ha l’abitudine di coltivare l’intelletto. Ed è altrettanto chiaro che quanto più la pancia è piena, tanto più è facile coltivare l’intelletto. Dopo questa serie di ovvietà, che tuttavia mi sono sentito in dovere di ribadire, dato che probabilmente chi propone una patente di voto non le tiene ben presenti, arrivo al punto della questione. Il problema è che l’istituzione di una patente di voto costituirebbe un’ulteriore ragione di divisione delle classi sociali. Per rendere l’idea tramite un’immagine: la cittadinanza colta siede in cattedra e chiama ad un esame di stato il ceto incolto, che deve affannarsi per fare bella figura. Non è così che funziona. Uno stato in cui esiste un ceto privo di coscienza sociale e politica, è uno stato che ha fallito, e non può sottoporre ad una prova una popolazione che non ha precedentemente educato. Questo è quello che si dice “volere tutto e subito”. Purtroppo non è possibile passare in un giorno da una cittadinanza irresponsabile ed incosciente ad una consapevole ed educata. Il progetto dev’essere di più ampio respiro: lo stato, preso atto della situazione sociale di imperante qualunquismo e labilità mentale, dovuti ai più svariati fattori, deve organizzare un progetto di ampio respiro, che permetta, tramite una riforma dell’educazione scolastica, di formare la coscienza critica dei propri membri, che è presupposto essenziale per l’esistenza della democrazia. Spero che abbiate capito il mio punto di vista.

    • Michele Moi says:

      Capisco perfettamente il suo punto di vista e le assicuro che sono obiezioni che non mi giungono affatto nuove, essendo in realtà una delle critiche più comuni alla nostra concezione dell’elettorato attivo.

      Presupposto questo, ritengo a mio modesto parere che lo spettro della divisione sociale che paventa nel suo post sia del tutto infondato, o meglio, sicuramente vero ma in tempi molto diversi dai nostri. L’assunto “quanto più la pancia è piena, tanto più è facile coltivare l’intelletto” non ritengo che sia -fortunatamente- più idoneo a descrivere l’attuale situazione culturale del nostro paese. Viviamo in un’epoca densa di grandi opportunità, in cui gli incentivi allo studio per i meno abbienti e l’accesso immediato all’informazione in rete rendono le antiche odiose barriere culturali del tutto fuori luogo. Mi permetto di riassumere il mio pensiero in un unico, volutamente semplicistico, slogan: “oggi, se sei ignorante, è soltanto colpa tua”. Le occasioni per un miglioramento culturale e intellettuale sono tali e tante da rendere poco credibile qualsiasi obiezione al riguardo; il fatto che poi lo stato italiano spenda nello specifico delle cifre miserevoli per la ricerca e l’istruzione e sia travagliato da un colossale conflitto di interessi in materia di informazione è un dato sicuramente triste ma che non giustifica un’impreparazione totale sulle tematiche pubbliche, che sono figlie in ultima analisi solo e soltanto del disinteresse di chi le trascura, prediligendo legittimamente altre occupazioni.

      Devo viceversa concordare con lei per quanto riguarda la necessità di una riforma ad ampio respiro: l’auspicio sarebbe una riforma del sistema scolastico che consideri gli argomenti di cui tanto ci preme (diritti costituzioni e diritto comunitario) e ne faccia argomento di attenta valutazione, subordinando il rilascio del diploma ad un’effettiva maturità anche in questo ambito. La padronanza di queste nozioni andrebbe poi riesaminata ogni tot di anni per accertare che il candidato sia ancora consapevole delle istituzioni del suo paese e dell’unione europea, per valutare se sia ancora -e non ho paura di usare questa parola- “degno” di scegliere la futura classe legiferante in nome e per conto di tutto il popolo. È legittimo ritenere che una patente di questo genere diventerebbe rapidamente un segno distintivo ambito, che accrescerebbe la quantità di individui pronti a prepararsi e a sottoporsi alla prova di idoneità. Un paese finalmente fiero della facoltà concessagli dall’ordinamento, che smette di dare per scontato il suo potere di voto e lo esercita con rispetto a dignità.

      Si renderà facilmente conto che la posta in gioco è troppo alta: il populismo, la corruzione e la compravendita dei voti diventerebbero solo un brutto ricordo di un paese arcaico e primitivo. La selezione di un elettorato consapevole è ispirata ad un principio di giustizia e non certo a presunzioni elitarie; ed è, comunque, una scelta più razionale rispetto ad un elettorato stabilito con soglie d’età arbitrarie prive di ogni logica, che tutt’oggi impediscono (tanto per fare un esempio eclatante) ad un laureato 24enne di scegliere il suo candidato al senato.

  3. alessandro says:

    Capisco benissimo che la mia analisi, in alcuni passaggi, possa apparire estremamente semplicistica. Comprendo anche che l’avvento dello stato sociale e le agevolazioni per i redditi meno agiati oggi permettono, o quanto meno dovrebbero permettere, se il sistema delle borse di studio funzionasse a dovere, di rimuovere queste barriere, in accordo con quanto recita la nostra costituzione. Tutto questo ha introdotto una mobilità e un rimescolamento all’interno della società che non deve essere ignorato. Tuttavia, lei saprà come esistano decine, centinaia di realtà, in cui questo tipo di cambiamento tarda a venire. E mi riferisco a quei luoghi soggiogati dai poteri cosidetti “invisibili”, quelle realtà molto spesso dimenticate dalle istituzioni. Quindi, devo dissentire da lei quando dice che chi è ignorante lo è esclusivamente per colpa propria. Sarebbe folle credere che lo stato sociale sia una macchina perfetta. Queste realtà di cui parlo, pur rappresentando una minoranza, sono tuttavia esistenti. L’istituzione di una patente elettorale non terrebbe conto della situazione di grave deficit in cui queste persone, per cause a loro non imputabili, si sono trovate a nascere e a formarsi come individui. Quindi, il primo e precipuo compito dello stato, che, ricordo, deve riconoscere le minoranze e non penalizzarle, è quello di intervenire per cambiare lo stato di cose. Una volta intervenuti e risolto il problema, ovvero educata la popolazione, non sarà più necessario introdurre una patente di voto. Anche qui il tono risulta semplicistico, ma il processo da intraprendere è lungo e difficile. Inoltre, credo che ci sia un altro fattore importante da tenere in conto. Una qualunque idoneità, abilitazione professionale, patente automobilistica, etc. richiede che sia un ente o un’istituzione deputata al suo rilascio, nonché al riconoscimento dell’abilità del candidato. E arrivo al dunque. Probabilmente i risultati di suddetti test sarebbero pubblici, oppure se non lo fossero, supponiamo che, ricorrendo alla corruzione, un importante uomo politico o gruppo politico riesca ad ottenere i nominativi di coloro che hanno effettuato il test, che essi l’abbiano superato o meno. Di conseguenza, per esclusione, potrebbe raggiungere coloro che non sono abilitati e garantirgli l’abilitazione in cambio del voto. Ed ecco che la compravendita di voti è ancora possibile anche in questo sistema. Ho fatto quest’analisi perché uno dei dati di fatti che lei considera, mi pare di capire, sia l’imperante corruzione nell’amministrazione pubblica del nostro paese, fatto peraltro indiscutibile. Dunque, io reputo questo ulteriore strumento di controllo, perché di ciò si tratta, nei confronti della cittadinanza, come un eccesso non inutile, bensì deleterio. Il mio tono non vuole essere eristico, ma esprime semplicemente con forza la mia convinzione, ovviamente argomentandola, dal momento che si tratta di una tematica a cui tengo molto. Inoltre sarebbe molto interessante sottoporre la questione ad uno, anzi, a più costituzionalisti ed avere un loro ritorno.

  4. Michele Moi says:

    Molto bene, sono uno che apprezza chi sostiene fermamente le sue convinzioni per cui proverò a focalizzare l’attenzione del discorso sui punti deboli che ha evidenziato, per tentare di capire fin dove è possibile venirsi incontro:

    1)”Queste realtà di cui parlo, pur rappresentando una minoranza, sono tuttavia esistenti. L’istituzione di una patente elettorale non terrebbe conto della situazione di grave deficit in cui queste persone, per cause a loro non imputabili, si sono trovate a nascere e a formarsi come individui. Quindi, il primo e precipuo compito dello stato, che, ricordo, deve riconoscere le minoranze e non penalizzarle, è quello di intervenire per cambiare lo stato di cose”

    Supponiamo uno scenario giuridico (che poi, a voler essere precisi, è quello che auspico) di questo genere: lo stato italiano istituisce dei centri appositi in tutto e per tutti simili ad una scuola guida all’intero del quale degli istruttori, competenti nei rudimenti del diritto e dell’economia, tengono quotidianamente delle lezioni sugli argomenti oggetto del test attitudinale. Lezioni logicamente interattive, nel quale è possibile intervenire per ottene chiarimenti e proporre domande; alle lezioni frontali si accompagnano dei test simili a quelli ufficiali nonchè la distribuzione di tomi snelli e di agevole comprensione che trattano appunto le materie oggetto del test. Questo servizio, fin ad ora in tutto assimilabile ad un’autoscuola, è interamente gratis per il cittadino. Si tratterebbe di una notevole quantità di posti pubblici investiti nell’educazione civica al servizio di tutti coloro che intendono usufruirne (l’obiezione degli alti costi per un simile impiego è lecita ma superabile: come dimostrano le decine di miliardi spesi ogni anno per infrastrutture dalla dubbia utilità e per investimenti in campo bellico, i soldi “volendo” si trovano per ogni cosa). Concludendo, l’offerta di un simile servizio ritiene che renderebbe più accettabile la tutela delle minoranze culturalmente svantaggiate?

    2)”Una volta intervenuti e risolto il problema, ovvero educata la popolazione, non sarà più necessario introdurre una patente di voto. Anche qui il tono risulta semplicistico, ma il processo da intraprendere è lungo e difficile”

    Devo dire che sono molto contento che nella seconda frase abbia mitigato le speranze della prima, perchè personalmente sono estremamente scettico sulla sussistenza di un legame fra un’adeguata educazione e l’interesse per la cosa pubblica. Non voglio annoiare alcuno con divagazioni sociologiche ma credo fermamente che l’aumento del benessere generale della popolazione sia direttamente proporzionale al disinteresse di quest’ultima per le cose “importanti”. Temo che l’aumento galoppante delle percentuali di non-votanti sia figlia non solo della semplice disillusione per la classe politica ma anche per la poca considerazione che il popolo ripone nel diritto di voto, dato ormai inesorabilmente per scontato. Nessuno più di me vorrebbe credere in uno stato che investe di sua spontanea volontà nell’educazione istituzionale e in un popolo italiano che si lascia educare con interesse, divenendo autonomamente colto e consapevole; sono più propenso ad un atteggiamento di grande sfiducia nei confronti delle persone, che si adoperano realmente per migliorarsi solo davanti allo spettro di una privazione dei propri diritti e dei propri poteri. Della serie “ti accorgi di cosa avevi soltanto quando rischi di perderlo”.

    3)”Probabilmente i risultati di suddetti test sarebbero pubblici, oppure se non lo fossero, supponiamo che, ricorrendo alla corruzione, un importante uomo politico o gruppo politico riesca ad ottenere i nominativi di coloro che hanno effettuato il test, che essi l’abbiano superato o meno. Di conseguenza, per esclusione, potrebbe raggiungere coloro che non sono abilitati e garantirgli l’abilitazione in cambio del voto. Ed ecco che la compravendita di voti è ancora possibile anche in questo sistema”

    Indubbiamente il problema non si può risolvere in alcun modo e sono il primo a diffidare di chi propone cure miracolose. La corruzione è molto più simile ad un raffreddore che non ad un cancro da estirpare: è fisiologica, non patologica. Ma proprio come un raffreddore, ci sono ovvie precauzioni che è possibile prendere per ridurre percentualmente il fenomeno. Le domando: rispetto alla situazione attuale, nel quale è risaputo che migliaia e migliaia di persone ad ogni tornata elettorale vendono il proprio voto in cambio di dieci euro o addirittura di un pacco di pasta, non trova che la situazione migliorerebbe senz’altro? Trovo onestamente che sia uno dei punti più difficilmente attaccabili: un uomo che si è guadagnato con lo studio il diritto a votare sarà meno propenso a svenderlo per pochi spiccioli; questo si, a differenza del legame “educazione-interesse alla cosa pubblica”, è facilmente postulabile!

    4)”Inoltre sarebbe molto interessante sottoporre la questione ad uno, anzi, a più costituzionalisti ed avere un loro ritorno”

    Non ho potuto adire dei veri costituzionalisti, ma diversi professori di diritto e qualche magistrato hanno avuto modo di sentire la questione sommariamente e sono rimasti, ovviamente, molto spiazzati; ho imparato a mie spese che il giurista medio fa molta fatica ad immaginare soluzioni, rispetto a quanto rapidamente tende a parlare e a giudicare la legislazione già esistente (cosa che d’altronde è comprensibile). In soldoni, ho fatto molta fatica ad ottenere una pronuncia autorevole nel merito della questione ma non ho dubbi che una riforma costituzionale in materia elettorale sarebbe del tutto compatibile con i principi cardine del nostro ordinamento (quelli si, non modificabili ai sensi della costituzione).

  5. alessandro says:

    Bene, a me fa piacere che mi abbia indicato delle indicazioni sulla modalità di attuazione di tale ipotetica riforma. Tuttavia, ancora una volta (non per fare il bastian contrario sia chiaro), avrei da ridire su qualcosa. A mio parere, l’educazione, anzi la formazione, del cittadino, non dovrebbe avvenire mediante dei centri appositi. Il mezzo principale di cui lo stato, e quindi tutti noi, disponiamo per la formazione socio-culturale degli individui è già presente: scuola ed università. Io ritengo che questo processo di formazione debba avvenire esclusivamente all’interno delle strutture scolastiche ed universitarie, per gradi, non mediante l’istituzione di una scuola apposita, che non potrebbe certamente essere obbligatoria, per semplici questioni di tempo libero del cittadino. Temo che l’argomento sia un po’ viziato dalla considerazione secondo la quale il cittadino dovrebbe diventare cittadino “totale”, ovvero annullare la propria sfera privata per dedicarsi totalmente a quella pubblica. Chiaramente, la via auspicabile sarebbe quella di mezzo. L’insegnamento del diritto, di rudimenti di economia e di educazione civica sono certamente di importanza cruciale, concordo, ed andrebbero istituiti corsi sostanziosi in ogni scuola superiore. Ripeto, ritengo che il processo di responsabilizzazione del cittadino andrebbe effettuato in maniera molto lenta e quasi subdola (nell’accezione positiva del termine). Una pillola (affatto amara) disciolta nella minestra.

    Non studio nè ho studiato diritto in vita mia, le idee che mi sono fatto su certi argomenti derivano solo dall’esperienza personale (discussione, letture di saggi e quant’altro), tuttavia ho come la sensazione che la riforma sia inattuabile per una ragione. E’ come se sentissi una voce dentro che sostiene a gran voce “non è giusto”. Così la mia mente cerca a mezzo della ragione le argomentazioni che portano a tale conclusione. Si potrebbe pensare che questo sia un modo acritico di ragionare, viziato alla base dal pregiudizio della conclusione. Eppure ritengo che non sia così, per la ragione che conosco cosa è a muovere la voce dall’interno, ovvero il principio di uguaglianza. L’articolo 3 della nostra costituzione afferma, come sappiamo, che:

    “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

    È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

    Faccio notare la presenza dell’espressione “opinione politica”. Che l’opinione sia frutto o meno di un travagliato processo di critica della politica e della società, non ha alcuna importanza. Lo stato deve trovare altre vie per formare una cittadinanza cosciente. L’esclusione di una parte della cittadinanza dal voto, equivale a privarla di un diritto civile. L’uguaglianza davanti alla legge, di cui si parla nell’articolo, prevede anche l’eguaglianza dei diritti, e dei doveri, per tutti i cittadini. La seconda parte dell’articolo dice che è compito dello stato rimuovere gli ostacoli alla base delle disuguaglianze, ma in maniera costruttiva e mai distruttiva, offrendo nuove occasioni di partecipazione, e non vietando o precludendo l’accesso ad un diritto civile.

  6. alessandro says:

    Ho letto il post principale del blog, e devo dire di aver apprezzato molto l’analisi che ha svolto ed il modo in cui si pone e cerca di affrontare il problema. Tuttavia, ritengo che la proposta di riforma, anche se non ancora concreta, dell’articolo 48 della Costituzione, sia inattuabile, per alcuni motivi. A quanto mi sembra di capire, la proposta portata avanti fa leva sulla definizione di “incapacità civile” o di “indegnità morale”, dal momento che queste sono le uniche due fattispecie previste (oltre alla condanna irrevocabile) per l’esclusione di un cittadino dall’elettorato attivo. Ritengo che l’argomento secondo il quale una riforma, che definisca “civilmente incapace” il cittadino che non ha ottenuto un’abilitazione al diritto di voto, non vada contro la pari dignità sociale o il principio di uguaglianza, sia piuttosto arbitrario. Il principio dell’incapacità civile, peraltro ormai inoperante per via della legge 180/1978 (come ho appreso), esclude dall’elettorato attivo i soggetti i quali “a causa di determinate alterazioni psico-fisiche (infermità di mente, prodigalità, sordomutismo etc.), è dichiarato, con sentenza del giudice civile, totalmente (interdizione) o parzialmente (inabilitazione) incapace di attendere ai propri interessi”. Quindi presupposto fondamentale per l’interdizione dal voto è la presenza di un’alterazione psico-fisica, di un’infermità, e il testo si esprime chiaramente. Il fatto che la successiva legge 180/1978 abbia esteso nuovamente il diritto di voto anche a tali soggetti, chiaramente, non va affatto contro l’art. 48. L’istituto dell’interdizione e dell’inabilitazione, di cui si parla nel titolo XII del libro I del codice civile, riguarda esclusivamente soggetti affetti da patologie mentali (fonte wikipedia, non ho consultato personalmente il codice). Di conseguenza, il concetto di incapacità civile è legato a doppio filo con uno stato patologico del soggetto giuridico. Stando così le cose, mi sembra estremamente complicato superare tale scoglio, ridefinendo il concetto di incapacità ad attendere i propri interessi (e peraltro ravvedo una certà volontarietà del legislatore nel rendere invalicabile questo limite). Dunque, non riesco a procedere nel ragionamento, nemmeno per ipotesi. Ripeto, sarebbe illuminante un parere di esperti civilisti o costituzionalisti.

  7. Michele Moi says:

    Riguardo all’insegnamento noto che in realtà non siamo poi così lontani: mi fa piacere sentir parlare di necessità dell’insegnamento del diritto pubblico, grande e vergognoso assente fra gli insegnamenti impartiti ai ragazzi. La nostra forma di governo è frutto di grandi sacrifici e di lunghe lotte per l’affermazione della libertà: chi non conosce la sua storia e il perchè delle sue istituzioni non è in grado di apprezzarle e di essere fiero come dovrebbe di poter vivere in un’epoca pacifica e nel complesso molto dignitosa per la maggior parte dei cittadini italiani. Concordo pienamente anche sul fatto che dovrebbe essere un insegnamento che parte dalle scuole (educare prima di correggere, sempre) ma postulavo anche dei centri appositi per testare anche gli individui che avessero già terminato la scuola dell’obbligo e volessero comunque accedere (giustamente) al test di valutazione e ai relativi corsi formativi (magari con comprensibili eccezioni per gli anziani oltre una certa soglia d’età, che forse sarebbe inopportuno sottoporre ad un test attitudinale simile).

    Per quanto riguarda invece il tema dei diritti costituzionali (che viceversa per me sono oggetto di studio da tanti anni) la questione è più complessa, ma non quanto potrebbe sembrare: la subordinazione del diritto di voto al conseguimento di un’idoneità non esclude in nessun modo il diritto civile dell’elettorato, in quanto si tratta di una subordinazione e non di un divieto (con la stessa logica in base al quale imporre la patente di guida non è un limite al diritto costituzionale della circolazione, ma solo una sua limitazione) e non essendo circoscritta a soggetti o categorie di individui ben precise non ha alcuna finalità discriminatoria che violi aprioristicamente l’articolo 3: il criterio di meritevolezza pervade tante aree della nostra costituzione e nulla vieta che possa essere esteso anche al diritto di voto, sostituendo le presunzioni d’età attualmente vigenti. Un giudizio di meritevolezza in realtà è già attualmente vigente anche in questo campo, seppur in minima parte: lo stato priva del diritto di voto in veste di pena accessoria i soggetti che abbiano compiuto determinati reati particolarmente riprovevoli. La logica di fondo che andiamo proponendo si muove su una logica simile, allargando però le maglie del divieto fino a privare non solo coloro che si siano macchiati di particolari crimini ma anche coloro che di fatto dimostrino di non avere le adeguate conoscenze del proprio paese per potersi concretamente autodeterminare scegliendo i propri rappresentanti.
    Signor Alessandro, riassumendo il tutto, c’è un problema di fondo sul quale occorre interrogarsi: fin dove i diritti ci spettano in quanto esseri umani e dove, invece, inizia la necessità di guadagnare i propri spazi. Questa è la grande variabile e tutte le altre argomentazioni discendono da come ci si pone dinnanzi a questo bivio: personalmente, credo che il confine sia proprio il diritto di voto. Nulla ho da obiettare su tutti gli altri diritti sanciti nella prima parte della costituzione, assolutamente inalienabili e fortunatamente tutelati a priori. Per quanto riguarda i diritti politici, credo invece che dovremmo tutti fermarci a riflettere. Il rispetto delle opinioni politiche è formalmente un ottimo assunto, se non fosse che la pratica ci palesa ogni giorno di più la quantità esorbitante di individui che, semplicemente, non hanno la minima idea di chi stanno votando e perchè. In un paese in cui il voto è molto più simile al tifo per una squadra di calcio che non ad una reale presa di posizione in merito al governo della cosa pubblica, ritengo che una rivalutazione dei nostri punti fermi si imponga urgentemente prima che la demagogia e il populismo rendano le istituzioni una caricatura di se stesse. La patente di voto tutelerebbe non solo il paese ma anche e soprattutto quegli stessi individui che giudicherebbe inidonei, impedendogli di fatto di commettere scelte scellerate basate sull’ignoranza e la superficialità. Il comunismo a suo tempo mise in discussione il concetto stesso di diritto di proprietà e sappiamo tutti come andò a finire; non di meno, le scelte coraggiose a volte sono necessarie quando la realtà delle cose dimostra l’incapacità di un sistema attuale che pare formalmente giusto ed equo, ma di fatto genera soltanto enormi problemi.

  8. alessandro says:

    Perdoni la mia “latitanza”. Capisco perfettamente il suo punto di vista, ed ammetto che i suoi punti di forza principali sono la schiettezza e la semplicità, nonchè il fine da cui è mosso, e, non da ultimo, il fatto di essere un argomento di facile presa sulle folle, dal momento che, spesso, ognuno di noi ritiene, pur riconoscendo di non essere esperto in materia (sono certo che una nazione esclusivamente di politologi e sociologi si troverebbe in difficoltà ben peggiori di quelle in cui versa attualmente l’Italia), che il proprio voto sia frutto di una scelta convinta e ponderata. E’ inutile specificare che il più delle volte non è così, e, cosa ben peggiore, il più delle volte la possibilità di scelta è veramente esigua, e la situazione politica, la legge elettorale, il sistema delle alleanze e delle coalizioni, non permettono al cittadino di godere appieno dei benefici della democrazia rappresentativa. Inoltre, dubito fortemente che l’introduzione di una patente di voto eliminerebbe, o, quanto meno, ridurrebbe drasticamente il fenomeno del voto di scambio, specialmente nelle elezioni amministrative di piccole realtà. Ad esempio si potrebbero adottare misure più restrittive contro l’introduzione dei cellulari nelle cabine elettorali. Ma probabilmente anche questo arginerebbe il problema solo parzialmente. Esistono inoltre altri possibili effetti collaterali che l’introduzione della patente di voto potrebbe introdurre, almeno in linea di principio. E la linea di principio non è relegata alla sfera dell’elucubrazione, ma va tenuta in conto come possibile conseguenza reale, ragione per cui la nostra costituzione contiene articoli che alle volte possono sembrare superflui o addirittura ingiusti. La questione è la seguente: è indubbio che, almeno storicamente, la democrazia si concretizzi allorquando vi è il suffragio universale con soglia d’età, nonostante questa non sia certamente condizione sufficiente per la democrazia. Potenzialmente, e dico potenzialmente, questo strumento di divisione, perché a mio parere di ciò si tratta, che venga inteso in accezione positiva o negativa, è capace di estromettere gran parte della cittadinanza maggiorenne dal diritto di voto, in linea di principio tutta, abolendo de facto il suffragio universale. Ammette, insomma, la possibilità dell’instaurazione di un’oligarchia democratica. Nella pratica, è ovvio che i test sarebbero di una complessità tale da permettere alla stragrande maggioranza dei cittadini di superarli agevolmente. Ma, a quel punto, quale dev’essere la soglia di complessità affinché almeno, direi, il 90% della popolazione potenzialmente appartenente all’elettorato attivo possa superare i suddetti test? Bassa? Bassissima? E allora, a cosa sarà servita questa manovra, se non avrà nemmeno l’effetto di educare la popolazione alle vita politica ed economica?

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